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Il protocollo di Edmonton PDF Stampa E-mail
La sperimentazione sulle cellule β e sulla possibilità di trapianto ha una storia piuttosto lunga, che risale agli anni sessanta. Prima della fine degli anni novanta non si erano ancora ottenuti risultati apprezzabili: le tecniche di estrazione, purificazione e innesto delle cellule erano meno raffinate delle odierne, la immunosoppressione molto pesante, la vita media delle cellule trapiantate non superiore ai due anni.
Nel 2000 nella città canadese di Edmonton venne stilato - sotto il patrocinio del National Institute of Health statunitense - un protocollo, una nuova procedura di trapianto di cellule β alla quale si impegnarono ad attenersi 9 centri selezionati negli Usa, Canada e Europa.
I punti forti di questa procedura, merito del lavoro di un dottore inglese, James Shapiro e del suo team erano i seguenti:
1. il trapianto diviene una operazione di microchirurgia, effettuata con i raggi X e in anestesia locale. Un ago molto sottile raggiunge la vena porta e inietta le cellule. L'operazione viene effettuata spesso due volte, nell'arco di circa un mese, e l'ospedalizzazione richiesta è di soli uno-due giorni.
Rcamilloricordi2. Vengono modificati i farmaci immunosopressori. Soprattutto si abbandonano in maniera definitiva gli steroidi (erano dannosi per le cellule β e causavano insulinoresistenza) e si utilizzano immunosopressori meno "pesanti" come la rapamicina e il micofenolato.
3. Si afferma il concetto che la percentuale di riuscita di una operazione è direttamente proporzionale al numero di cellule β che si possono avere a disposizione. I donatori non devono essere quindi meno di due.
Da allora la percentuale di successo dei trapianti è aumentata, la vita media delle cellule trapiantate si è allungata, lo stile di vita dei pazienti trapiantati è decisamente migliorato.
Nel settore della purificazione e dell'isolamento delle cellule β ha avuto un ruolo importante un ricercatore italiano, Camillo Ricordi. Formatosi al San Raffaele, lavora dagli anni ottanta negli States ed è ora direttore del Diabetes Research Institute di Miami.
Egli ha ideato un macchinario dove il pancreas viene scosso e lasciato "decantare" immerso in particolari enzimi. Alla fine del processo le isole di Langerhans (le quali costituiscono il solo 2% del peso complessivo dell'organo) si staccano dal resto dell'organo. Il metodo Ricordi permette di ottenere cellule β più pure e in numero maggiore rispetto ai metodi passati.
Da un pancreas vengono estratte circa 300.000 isole. Un solo pancreas non è sufficiente al trapianto poichè un 10% delle isole verrà fisiologicamente perso nel trattamento e una parte se pur piccola delle isole non riusciurà a attecchire nel fegato. I donatori devono essere quindi almeno due e il numero di isole totali estratte almeno 500.000.
I donatori sono sempre donatori in morte cerebrale. Esiste un esperimento di trapianto da donatore vivo (datrapianto madre a figlia, condotto dal già citato James Shapiro), ma è difficile che questo possa avere seguito. E' infatti troppo rischioso per il donatore, il quale potrebbe diventare a sua volta diabetico, e il numero di isole estraibili - per quanto di ottima qualità - sarebbe comunque basso. Se il donatore fosse un parente inoltre la troppa vicinanza del DNA tra donatore e ricevente acrerrebbe di molto il rischio dell'attacco autoimmunitario.
Tocchiamo quindi un punto cruciale: anche qualora il trapianto divenisse una soluzione adatta a tutti e tutti i diabetici di tipo 1 volessero sottoporvisi, il numero di donatori riuscirebbe a coprire a malapena un decimo delle richieste. E' indispensabile allora trovare un modo per avere a disposizione la "materia prima" delle isole pancreatiche in modo sufficiente a coprire quello che potrà essere il loro effettivo fabbisogno.

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